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   NEWS

25-03-2012
Lettera aperta: Dislessia, scuola, insegnanti
Mio figlio è sempre stato vorace nel voler crescere e sapere. Con la fine della scuola dell'infanzia, quando si cominciano a scrivere le prime parole, il proprio nome ad esempio, qualcosa è cominciato a scricchiolare.
L'inizio delle «elementari» è stato poi l'inizio dei conflitti: da una parte avevamo un ragazzino sempre voglioso di conoscere di esprimersi, di fare; dall'altra, qualsiasi cosa riguardasse lo scrivere e leggere, nel tempo, è diventato un grosso problema. Interpellati diverse volte gli insegnanti nei primi due anni, il loro giudizio è sempre stato che «non ha molte capacità, è anche svogliato».
Nel frattempo, con il passare del tempo, la sua riluttanza verso la scuola e soprattutto verso i compiti è aumentata, aumentando di conseguenza i conflitti a casa e facendo crollare la sua autostima. Rimaneva però intatta, se non cresciuta, la sua voglia di sapere. In terza ci siamo posti il dubbio della dislessia: cosa assolutamente esclusa dagli insegnanti.
La nostra perplessità è rimasta: abbiamo segnalato il problema alla pediatra che immediatamente ci ha fatto fare la richiesta di visita all'Asl di competenza (ci sono però voluti 8 mesi di attesa). A settembre il risultato è stato che mio figlio è dislessico, disgrafico e disortografico.
Ora frequenta la quarta. Io capisco che talvolta possa essere difficile per gli insegnati capire tutti i problemi dei ragazzini; il vero nodo però è ora: alcuni insegnanti non sono preparati ad affrontare questo problema riversando sui ragazzini la loro impreparazione (o il loro menefreghismo?).
Sanno, o dovrebbero sapere, che i dislessici hanno bisogno, per esempio, di più tempo quando si tratta di dettati: mio figlio arriva a casa sempre con il dettato non completo, il diario con metà compiti (dettati) segnati e il morale sempre a terra. Metà del suo e del nostro tempo pomeridiano è dedicato alla ricerca presso i suoi compagni del testo mancante, dell'elenco dei compiti completo.
Ma i libri di testo a cosa servono se gli insegnanti passano ore a dettare le stesse cose del libro? Sapendo che in classe due ragazzini hanno questo problema, non possono prepararsi loro e portare delle fotocopie in modo tale che a casa loro possano studiare? Non possono adottare tecniche di insegnamento adeguate a tutti? Basterebbe davvero poco e senza penalizzare chi questo disturbo non lo ha.
L'ultima novità mi fa capire quanto certi insegnanti non vogliano affrontare il problema e non si rendano conto che stanno tarpando le ali a chi potrebbe volare: hanno trovato la soluzione finale: agli altri fanno studiare quattro pagine, a loro due! Come se chi fosse dislessico fosse stupido e non meritasse di imparare quando invece è vero il contrario. «Papà io non sono stupido, mi piace imparare, perché le maestre non mi aiutano?!».
Lui ha ancora tanta voglia di sapere, non devono fargliela passare. Oggi, sono contento di sapere che mio figlio è dislessico: tutto sommato so che non è malato, ha solo un disturbo. Devo dargli gli «occhiali», cioè gli strumenti, i metodi, per poter imparare. Non posso pretendere di farlo leggere se non do a lui questi «occhiali»: provate a far leggere la lavagna ad un miope senza gli occhiali
Ma soprattutto devono farlo gli insegnanti; talvolta arrivo a pensare che certi insegnanti siano diplomati o laureati ma non siano capaci ad insegnare, a trasmettere il loro sapere, ma facciano questo lavoro per gratificare se stessi non capendo che insegnare è ben altra cosa. Ora che siamo consci del suo disturbo e che stiamo cercando gli strumenti giusti per aiutarlo vediamo che sta riprendendo la sua sicurezza. Ma non può essere sempre un inutile braccio di ferro genitori/scuola. Un doveroso grazie infine però a quegli insegnanti, che, anche al di fuori del loro lavoro, stanno facendo conoscere questo problema attraverso incontri e corsi di metodi di studio.

Fonte:
Press-IN anno IV / n. 737
Giornale di Bresci...

 

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